La via più dura? È dentro di noi

31 Maggio 2024
Divagazioni

In collaborazione con APS Arrampicata Verona.

Ci impaliamo davanti alle vie, cerchiamo targhette, scritte a pennarello indelebile, segni di vernice, ci confrontiamo coi compagni di settore e chiediamo “Com’è?” a chi è appena sceso. Tutto questo lo facciamo per capire il grado, cercare di comprendere un minimo quei sassi prima di lanciarci in una sfida verso l’alto a noi sconosciuta, ma la via più difficile, senza alcun grado attestato e impossibile al confronto è quella dentro di noi.

Parlo da neofita, da figlio del boom dell’arrampicata, parlo da ammiratore della Montagna in tutte le sue sfaccettature (senza sci), da camminatore, escursionista da sempre affascinato dalla verticalità della dura roccia e da quei puntini colorati che da bambino guardavo, apparentemente fermi in parete, ma con una c**a atroce di staccare i piedi da terra. Finalmente ci ho provato, il boom mi ha preso per mano e accompagnato ai piedi delle falesie.

La prima volta in realtà andai qualche anno fa, alla placca del forte (Rivoli Veronese), ma dopo sei o sette metri di salita mi fermai, un po’ spaventato, un po’ annoiato dal non comprendere, dal parlare una lingua diversa da quella pietra e dall’essere bloccato lì, come un fesso, su quella lavagna di roccia. Sono poi tornato sette o otto mesi fa circa (agosto-settembre 2023) ed è scattata la scintilla: ho deciso di comprarmi l’attrezzatura e cominciare questa nuova love story fatta di calli sulle mani (stavolta non in cameretta da solo). Ho iniziato su roccia, volevo rimanere puro, attaccato maniacalmente a quella Natura che da sempre amo più di qualsiasi cosa al mondo, in quel sentirmi un insetto al cospetto di Sua Maestà, la Montagna: insomma, di palestre non ne volevo sapere, ero fiero di me quando dicevo:

“Arrampico da tre mesi”
“Hai iniziato in palestra?”
“Mai stato in palestra”
“Grande, vecchio!”

E qui l’ego si gongolava nel mio sentirmi “speciale”. Poi però, come tutte le dipendenze, anche l’arrampicata ha iniziato a farsi largo nella mia quotidianità ed è bastata una mezza giornata libera, di pioggia e il giusto gruppo di amici per avere la tesserina in mano e spingere il tornello. Preferirò sempre la parete, la roccia, con la fatica dell’avvicinamento, il rischio di girare a vuoto, esplorare, la durezza di quelle lame che se scivoli, maledici per mezz’ora la tua passione, ma è indubbio: la palestra è divertente e soprattutto parecchio allenante.

Ma torniamo a noi e a quello scalare dentro noi stessi, senza nessuno a farci sicura. Palestra o roccia vera hanno entrambe un impatto sulla mente, in maniera ovviamente diversa. Grazie a queste due nuove dimensioni ho imparato a riplasmare i miei pensieri: da ex-paurososofferentedivertigini a (quasi) a mio agio staccato da terra. Ricordo ancora esattamente il momento in cui ero su una via, in palestra, e sentii il cambiamento da “oddio, non ce la faccio” a “sono arrivato fin qua, col c***o che scendo!” e così è stato. Da allora la mia mente ha cambiato forma, ha imparato a fermarsi, saper attendere, chiamare quel “blocca!” con umiltà, al saper abbassare la frequenza del respiro seduto sull’imbrago e i piedi puntati a parete, altroché pesca! Qua ce ne vuole di religiosa pazienza (sia per l’arrampicatore sia per l’assicuratore) e tenacia nel non prendere la propria roba, gettarla nel borsone insieme alla rabbia e tornare a casa avviliti. E capita, capiterà, di dover chiamare quell’odiato “cala!”.

Per non scrivere un romanzo torno al fulcro di questo scritto ovvero all’impegno e al lavoro che arrampicare fa dentro di noi, alla nostra testa, alla fiducia in noi stessi, a quel cambio di impostazione per cui la salvezza non è più coi piedi a terra, ma con la mano che si aggrappa alla catena, là, in alto. Ce l’hai fatta, sei al sicuro (metaforicamente, ovviamente)! Sei al sicuro in te stesso. Sei riuscito, hai affrontato difficoltà, paure, tremarelle varie e dolori, ma ti sei fidato di te stesso (e delle manine sante che brandiscono il gri e che si tengono strette a quella corda che ti collega al tuo compagno).

La Montagna in generale e l’arrampicata in particolare mi danno ogni volta tantissime lezioni che mi porto a casa e su cui rifletto nel quotidiano, quando non ho le mani ricoperte di magnesite e sono in abiti civili. Da sempre questo ambiente mi insegna la calma, la pazienza, l’umiltà e il rispetto infinito per questi luoghi. Quel salire di pochi centimetri alla volta, affidandomi a prese sempre più piccole, che oggi utilizzo ma che fino a qualche mese fa erano un “Qui non c’è niente, non ho mani!”, mi insegna ogni volta a cambiare punto di vista, a rimettermi in discussione, in parete come nella vita, perché impuntarmi sull’unica soluzione che vedo, l’unica via, il mio pensiero, altro non fa che riportarmi al punto di partenza. Accettare di aver frainteso, forse sbagliato, accettare il consiglio di quella voce che da giù prova a darti un’alternativa, fermarsi a pensare, riflettere, rivedere piani e idee iniziali, non avere sempre quella fretta di voler arrivare velocemente perché devi essere il più figo della covata, ecco, tutto questo è la ricetta per arrivare a un obiettivo rinnovato ogni volta, con l’umiltà di chi si approccia a qualcosa di troppo più grande di sé per poterlo comprendere, ma che con impegno e dedizione cerca di instaurarci un dialogo, per farlo sfociare in una bellissima e spesso faticosa storia d’amore profondo, per noi, per la Terra.

Arrampicare non è solo infilarsi delle scarpette strettissime, soffrire, imprecare e puntare a una catena d’acciaio, è molto di più. Va ben oltre a quelle mezze giornate spese tra labirinti boschivi e pareti verticali. Questa disciplina è un toccasana per la vita di tutti i giorni, per praticare quel cambiamento che arriva solo quando la testa è più vicina alle nuvole e i piedi sradicati dal terreno: è qui che si impara a sognare e a rimettere in discussione molte delle nostre certezze, credetemi, avendo un sacco da guadagnarci, mentalmente soprattutto.


Testo di Alberto del Grande

Foto di Andrea Tosi

Ti potrebbero interessare anche:

17 Luglio 2024

Pietro Azzolini