L’arte di scoprire un nuovo stato mentale.

21 Giugno 2024
Divagazioni

In collaborazione con APS Arrampicata Verona

Il respiro si fa via via sempre più affannoso. I ricordi della giornata, dei problemi e delle risate, sbiadiscono… L’unica sensazione che al momento provo è un misto tra il dolore alla punta delle dita dei piedi e l’indecisione. Un’indecisione tartassante, volare o non volare? Mi ero ripromesso di fare dei bei voli lunghi su questo tiro, visto che l’ultima volta, piuttosto che cadere, mi sono appeso. Sento nell’aria un “alè teo”, poi un bel “non mollare”.. e rimango li, appeso su queste due tacche microscopiche in attesa di decidere se fare il passo o lanciarmi. Sono titubante, il passo non mi è ancora riuscito, ma è solo il secondo giro che faccio su questo tiro, non mi sorprenderei di volare, ma quasi quasi potrei per evitare di tirare tacche ancora piu’ piccole e volare lungo poi.. e intanto sento un bell’urlo dal basso.. “vai teo, vai duro”.. basta, spengo la testa, faccio il passo, prendo una tacca, ne prendo un’altra, click.. qui mi devo spostare, vai coi buchi, ah ecco la catena.. non e’ finita, ma ho fatto il passo. Guardo giù, sono andato avanti senza pensare durante tutti i movimenti.. non ricordo neanche come l’ho fatto. Mi ero ripromesso di volare lungo però, ottimo, un passo ancora e in un attimo mi ritrovo penzolante a metà parete. Sono contento di essere saltato, ma facciamo un passo indietro.

Il passo va all’estate appena passata, quando ho ricominciato a tirare le tacchette e i buchi della val d’Adige, questa volta in modo più sportivo, più sereno e senza fretta. Dopo tanto, troppo, tempo di pausa la voglia di tornare in falesia era molto alta, così, non avendo a disposizione una macchina, inizio ad andare nella falesia vicina a casa in bici. Vicina relativamente, dato che all’andata ho una bella discesa per arrivarci, ma al ritorno una salitona, e con lo zaino pieno di ferraglia si fa sentire ancora di più. I primi tentativi erano in solitaria nelle serate estive, quando l’aria fresca della val d’Adige asciuga il sudore e riempie il naso di quei profumi che vagamente mi ricordano un’estate passata in provenza.

Ricominciare vuol dire tante cose: prima di tutto mi fa sentire vivo in quel momento, tutto il resto non esiste, a partire dal tempo. Quando mi ritrovo in queste cenge, guardo i boschi sottostanti, le pareti nei dintorni e tutta la mia vita prende una piega diversa, senza fretta, mi sento sospeso nel tempo senza passato e senza futuro.

Preso dall’euforia della sensazione decido che voglio qualcosa in più rispetto a quando arrampicavo prima di fermarmi. Ero abituato a rimanere nella mia bolla fatta di placca verticale, solita falesia e soliti tiri, decido che il diverso per me è iniziare a cambiare inclinazione. Bene, sono nel posto giusto dato che la parola “bombè” ricorre frequente in questo posto. Inizio cosi una nuova avventura, inizialmente in solitaria, poi con vecchi e nuovi amici. Il timore svanisce giorno dopo giorno, la fiducia aumenta, il fisico inizia a cambiare, la tecnica cambia, cambiano anche i luoghi della mia frequentazione. Non mancano quindi gli strapiombi molto accentuati, le placche lievemente strapiombanti.. però la placca verticale continua a piacermi.

Di tanto in tanto ritorno sempre volentieri in questa falesia, dove non manca la verticalità.

Allora un giorno guardo un po’ la parete, e vedo un leggero strapiombo iniziale, poi una poco marcata fessura, poi una placca vertiginosa.

Leggo il nome alla base, mi piace gia dal nome. Il movimento su quel calcare un po’ giallo, un po’ grigio, diverso dal verdoniano ricordo della più bassa val d’adige, ricorda comunque una danza verticale, un po’ arte, un po’ uno stato mentale. Iniziamo con un nuovo approccio, voglio sentirmi un po’ come uno di quei rapaci che mi vola sopra la testa. Voglio volare, sono nel posto giusto.

 


 

Matteo Fiori

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