Anatomia di un setteapiù

7 Giugno 2024
Divagazioni

In collaborazione con APS Arrampicata Verona.

Ci si scalda lungo i primi cinque spit, da passeggiare, su basse difficoltà, che non dovrebbero superare il 6a, ma sicuramente qualcuno non sarà d’accordo con questa sgradatura.

Si parte su svasi, primo moschettonaggio e poi si sposta il piede sinistro su appoggio netto, agguantando con la mano sinistra la netta fessura strapiombante che forma un vago diedro da risalire dapprima in dulfer e successivamente con tecnica da diedro. La mano destra sempre in fessura più in alto possibile ed il piede sinistro appoggiato sulla parete sinistra strapiombante mentre il piede destro sempre su parete sinistra: ora siamo in dulfer, secondo moschettonaggio.

Risaliamo con la mano sinistra in fessura, alziamo il piede destro in spaccata a destra, piede sinistro sullo spigolo del diedrino, terzo moschettonaggio. Ora il terreno si appoggia e senza storia si sale ancora fino a moschettonare il quarto spit.

Ci si sposta decisamente a sinistra, cercando, in alto, di moschettonare, stando attenti che non ci sono prese nette ma solo svasi e pure molto alti. Una volta moschettonato ci si può spostare su diverse liste buone anche se non ancora nette. 

Poi ci si sposta a sinistra e si riposa su grandi prese, ma non tanto perché si è stanchi, quanto perché fino in catena poi sarà una lotta senza riposi. Qui finisce lo zoccolo. La roccia è ora arancione, gialla, rossa, segno che strapiomba.

La via inizia veramente qui!

Si parte su una scivolosissima presa piatta da prendere con la sinistra mentre la mano destra cerca di stringere qualcosa lungo una linea che in alto diventerà una vaga fessurina. Primo moschettonaggio ancora tranquillo. I piedi sono ancora sulla cengia ma conviene alzarli quanto più possibile…

Ora con movimento repentino si alza decisamente la mano sinistra per pinzare un gnocchetto che sovrasta la fessura – precisamente mano in fessura e pollice che serra il gnocchetto. Volendo per la mano destra c’è una piccola tacca sulla destra – ma piccola. Altrimenti alzando quanto più possibile il piede destro su una tacchetta annerita dai tentativi ed alzando di mezzo metro il piede sinistro in una posizione instabile…  si moschettona con la mano destra e poi si lancia con la mano destra su una tacchetta. Da lì si rilancia, sempre con la mano destra su piattona larga una decina di centimetri e lunga una ventina di centimetri. È piatta ma unta e scivolosa. Si raddoppia con la mano sinistra tenendo sempre il piede sinistro ancorato su un bruttissimo appoggio. A questo punto il piede destro è nel vuoto. 

La mano sinistra si sposta su un’alta fessurina sulla sinistra, non la prima ma la seconda che è più profonda, il corpo si sposta da sinistra a destra quasi in rotazione e la mano destra si mette sulla fessurina sottostante, quella superficiale.

Quando il corpo si sposta i piedi seguono su appoggi non netti ma neanche malvagi.

Ora la mano sinistra può alzarsi su un appoggio piatto e netto ma verosimilmente conviene prendere una tacchetta più alta sotto al tettino sulla sinistra. Aprendo il piede sinistro in spaccata a sinistra su un bell’appoggio si può moschettonare con la destra. Si alza il piede destro in spaccata sullo spigolo sottostante una piccola cengia.

La mano destra aggancia il bordo destro del tettino.

A questo punto prima il piede destro e poi il sinistro si spostano sulla piccola cengia che vagamente risale verso destra. È questo un movimento che necessita di equilibrio e di sangue freddo. Ora è necessario alzare la mano sinistra sopra il rinvio per agguantare una piccola presa un po’ svasa, tipo roccia marmorea rosso Verona. 

La mano destra si può spostare su un’altra presa un po’ svasa molto simile a quella dove abbiamo messo la mano sinistra.

Si è come “Cristo in croce” e qui si può riposare qualche secondo, eventualmente spostando ancora più a destra la mano destra su una presa laterale verticale netta.

Ora si è sotto alla velenosa placca chiave della via. Quando riuscivo ad arrivare qui senza resting non resistevo alla tentazione di urlare “bloccaaa…” Mi è successo parecchie volte fino a quando sono riuscito a “cavalcare il drago” memorizzando bene i passaggi sottostanti e velocizzandoli.

A questo punto, come ben riportato sul sito 8a.nu, ci sono 2 methode per superare la placca sovrastante: diretti lungo la linea degli spit o leggermente spostati sulla destra. La linea diretta sembra molto difficile per un arrampicatore alto in quanto richiede di “accorciarsi” e di alzare i piedi in maniera poco naturale, mentre nei miei tentativi ho seguito la linea sulla destra che, di contro, è più “psycho” in quanto si vola non sulla linea degli spit che rimangono decisamente a sinistra.

Riprendiamo la salita.

Qui il gioco si fa deciso e mi sembra di essere dentro ad un flipper, avanzando ora a destra, ora a sinistra, con movimenti di gatto in placca, seguendo un ritmo imposto dalla parete e con il respiro affannoso.

Pochi secondi di riposo, mano sinistra e destra su due crostine svase. Punto il piede destro su uno svaso annerito, alzo innaturalmente il piede sinistro in una nicchietta mentre contemporaneamente alzo la mano destra su un’altra crosta svasa ma decisamente migliore di quella che dovrò agguantare con la mano sinistra. Alzo la mano sinistra su una crostina miserabile e senza troppo pensare alzo il piede destro su una banca piatta molto a destra. Alzo il piede sinistro sul bordino del tetto (appoggino che non supera un centimetro quadrato…), spingo decisamente sulla gamba sinistra fino a riuscire ad agguantare, con la mano sinistra una tacca piccola ma netta. Agguantata questa tacca si è fuori dalle grandi difficoltà. Ora, in equilibrio, rilancio la mano sinistra su una tacca netta a sinistra di quella che avevo precedentemente e su questa sposto la mano destra.

Siamo in equilibrio sotto ad un altro piccolo tetto e possiamo moschettonare sulla sinistra. Con la mano destra si cerca qualche rughetta, sopra il bordo del tetto e sopra la testa, spostando delicatamente i piedi su buoni appoggi, ma orientati verso il basso, sulla sinistra. 

Allungando la mano sinistra si arriva ad una buona tacca. Qui siamo fuori dagli strapiombi e la roccia torna ad essere grigia: con i piedi in equilibrio, la mano sinistra sulla tacca e la destra che cerca qualche piccola tacca, possiamo riposare, alternando le mani, sghisando, qualche minuto, interminabile ma fondamentale per affrontare serenamente la placca soprastante, non durissima ma non di immediata lettura.

Cadere o cedere qui sarebbe veramente un peccato dopo tutto quello che abbiamo salito.

Smagnesio per l’ultima volta e parto. Rovescio poco pronunciato sotto un tettino a sinistra da prendere con la mano sinistra, mano destra che prende un bell’appiglio, accoppio con la sinistra, sposto delicatamente i piedi e riesco a moschettonare molto a destra.

Buona tacca sulla mano sinistra a cui affido tutto il peso del corpo, mi rannicchio, alzo bene il piede sinistro su appoggi netti e lancio la gamba destra oltre al bombè fino ad arrivare ad un piccolo ma ben evidenziato appoggio. Ora riesco a scaricare bene tutto il peso sul piede destro tenendo bene la mano sinistra nella buona tacca e cerco il miglior appiglio possibile per la mano destra.

La posizione non è delle migliori e pure qui ho dovuto cedere nei miei tentativi precedenti, più per stanchezza che per incapacità.

Ma ora non posso certo mollare: sono rannicchiato ed allungo il braccio sinistro quanto più possibile fino a prendere un laterale buono ma molto alto. Se riesco a tenerlo e lo tengo, poi alzo la mano destra su buone prese…

Improvvisamente il mondo ritorna ad essere a colorato, il battito si normalizza, il respiro diventa tranquillo, è un facile run-out finale, un crescendo rossiniano, che mi porta ad una netta e profonda fessura sulla sinistra. Le gambe, i piedi riprendono a danzare fino ad arrivare alla catena di sosta. Apro il moschettone, passo la corda, mezzo giro al moschettone… “Cala pure Ludovica, ora tocca a te!”.

Una via è un bel boulder preceduto da una intensa sezione atletica e a seguire una delicata placca.

Il progetto non è stato lungo ma si è risolto in pochi tentativi grazie al mio peso drasticamente sotto controllo e all’allenamento ideo-motorio.

Durante un tentativo a Gennaio proprio non riuscivo a tenere le tacche del passo chiave, mentre ora avendo perso 5-6 chili, mi sono subito reso conto che le “croste” si tenevano tutte: era solo una questione di testa e di convincermi che sarei potuto passato.

Allenamento ideo-motorio: se sapevo che il giorno dopo sarei andato ad arrampicare a [omiss], la notte precedente, a letto, mi ripassavo tutti i movimenti ed immaginavo pure il dolore e la sofferenza di stringere quelle prese, Chiara non si accorgeva di nulla, ma al mattino mi chiedeva come mai il letto fosse tutto sfatto… sapesse… tutta la notte a stringere prese di 7a+.

La falesia e la via… sono tutte da scoprire per mantenere un po’ di avventura nelle rocce dietro casa!


Testo di Massimo Bursi
Foto di Elia De Guidi



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