IL MIO CORPO… CHE MERAVIGLIOSO GIOCATTOLO!

I gruppi di arrampicata per i bambini “baby “ e “kids” svolti presso il “King Rock” vantano ormai un’esperienza che ha superato il decennio e continuano a mantenere stabile la loro formula “mista”, cioè ad integrare la disciplina sportiva dell’arrampicata con la psicomotricità. Chi attua gli incontri è uno psicomotricista (lo scrivente), un professionista dell’Associazione Professionale Arcobaleno” che dal lontano 1993 lavora in psicomotricità con bambini e bambine della scuola dell’infanzia e della scuola primaria.
Presso la palestra del King Rock conduce gli incontri di psicomotricità attivati per i due gruppi di bambini in età 4/5 e 6/7 anni, nei giorni concordati, per la prima parte dell’appuntamento settimanale, cioè per i primi 45 minuti, per poi affidare il gruppo agli istruttori di arrampicata per i 45 minuti restanti.

COS’E’ LA PSICOMOTRICITA’?
La psicomotricità è una disciplina che trova origine in Francia nei primi anni ’70, nata dal confronto dialogico tra molteplici ambienti scientifici: psicologia dell’età evolutiva (ora denominata psicologia dello sviluppo) neuropsichiatria, pedagogia, fisiatria, neurologia, psicoanalisi… e che successivamente si è diffusa ed affermata nelle altre nazioni (non solo europee). Lo scopo principale della psicomotricità consiste nella promozione della crescita globale della persona, considerandola nella sua totalità funzionale: corporea, cognitiva, emotiva ed affettiva ed individuando nel movimento il centro unificatore di tutte queste funzioni.
L’attività psicomotoria, dunque, armonizzando la funzionalità del corpo e quella della mente pone il suo focus sull’azione, intesa come “movimento in relazione”.
Movimento in relazione… ma con con chi? Con tutti gli altri “interlocutori” dell’ individuo umano, che racchiusi in macro-categorie si possono così riassumere:
le altre persone;
gli oggetti;
lo spazio;
il tempo.
È infatti l’esperienza del “corpo in azione” che definisce il concetto di psicomotricità: un corpo che si conosce e che conosce, che si esprime e comunica con l’ambiente in cui vive.

CHE COSA HA DI DIFFERENTE DALLA TRADIZIONALE “EDUCAZIONE FISICA”?
Agli occhi di chi guarda dai piccoli vetri quadrati, posti nella parte alta della porta della palestra di Psicomotricità del King Rock, apparentemente non c’è nulla di molto diverso: si possono vedere, infatti, dei bambini e delle bambine che giocano in uno spazio assieme ad un adulto, con dei materassi, dei blocchi in gommapiuma foderati in materiale plastico, dei teli colorati, delle corde, dei cerchi e altri semplici oggetti.
E i bambini corrono, saltano, scivolano, spingono, tirano, arrampicano, dondolano, cadono, lanciano, annodano, slegano, costruiscono “case”, “navi”, “treni”… (che poi abbattono)… si nascondono e si fanno trovare… scappano e si fanno prendere… si arrampicano fin dove è possibile oppure strisciano sul pavimento o si distendono.
La differenza sta nella finalità, nello scopo, nell’intenzionalità educativa: la ginnastica ha come obiettivo fondante l’educazione del corpo, considerato esclusivamente come insieme di apparati ossei, muscolari, tendinei… e punta alla performance, al conseguimento della miglior prestazione possibile: il miglior salto, la corsa più lunga, il gesto atletico… seguendo la comprensibile logica del “minimo sforzo per il massimo rendimento”.
La psicomotricità, invece, ha come finalità un’educazione globale del bambino/persona che si realizza mediante il corpo, considerato come centro unificatore di emozioni, affetti, pensieri, bisogni e desideri, di cui egli può avere consapevolezza o anche no.
L’attività psicomotoria si propone dunque non solo perché il bambino/persona si muova meglio, ma perché “stia meglio” nel proprio corpo, scopra la propria identità, il modo unico ed irripetibile con cui si rapporta al mondo che lo circonda e perché possa esprimersi secondo le proprie capacità, anche residue o poco funzionali.
Da tutti questi presupposti si deduce che la finalità degli incontri di psicomotricità e i conseguenti obiettivi educativi sono rivolti ai processi attivati ed attivabili date le condizioni di partenza di ogni singolo bambino/bambina, dal livello di maturazione e sviluppo individuale, piuttosto che al risultato della prestazione motoria fine a se stessa.
Ogni bambino/bambina ha così l’opportunità di sperimentare le proprie capacità reali e non quelle che l’adulto ha stabilito a priori che debba avere in quel momento in base ad una media generale.

PERCHE’ IN PSICOMOTRICITA’ NON SI PROPONGONO ESERCIZI MA GIOCHI?
I bambini e le bambine scoprono, conoscono e imparano mediante le esperienze dirette, vissute principalmente attraverso il loro corpo, primo organizzatore dell’identità personale e mediatore con la realtà esterna.
Il contesto privilegiato per l’apprendimento conseguito grazie al corpo e al movimento è quello del gioco.
Mentre gioca il bambino fa esperienza di due processi di crescita molto importanti (che stanno alla base degli studi sullo sviluppo del bambino):
“adatta” l’ambiente al sé, ai propri bisogni profondi (di rassicurazione, di ascolto, di relazione, di affermazione…) e al livello di maturazione fisica ed emotiva che ha raggiunto personalmente.
“adatta” il sé all’ambiente (si adegua alle circostanze, agli spazi, ai tempi, agli altri…) contribuendo ad estendere progressivamente il proprio livello di sviluppo fisico ed emotivo.

Nel gioco psicomotorio il movimento va considerato sempre correlato alle emozioni: l’intensità di un lancio, di una corsa, di una salto, di una capriola, non è solamente manifestazione di una certa destrezza motoria, ma è anche espressione della maturazione emozionale. Ciascuno gioca con le risorse che trova nel proprio corpo e ne ricava un beneficio (che resterà nella sua memoria corporea e psichica) indipendentemente dal risultato della performance, ma secondo il suo livello evolutivo e secondo le sue possibilità.

COSA FA LO PSICOMOTRICISTA?
Lo psicomotricista si trova a gestire la complessità derivante dal fatto di dover prestare attenzione ai singoli bisogni evolutivi dei bambini/bambine senza abbandonare la conduzione del gruppo. Si declinano di seguito le azioni che connotano il suo intervento educativo:
È il garante delle regole di gioco che ricorda al gruppo all’inizio di ogni incontro, per ridurre le occasioni di conflitto tra i bambini e mantenere la loro sicurezza;
è un ascoltatore empatico che accoglie i giochi dei bambini, ne comprende il loro significato funzionale o simbolico e mette delle parole sui loro vissuti (cioè su quello che provano durante o dopo un determinato gioco);
si pone come partner di gioco, su richiesta dei bambini, sapendo come “entrare” e come “uscire” dalle trame di gioco senso-motorio (di intenso movimento e disequilibrio) o simbolico (di finzione e costruzione);
non utilizza una lista di esercizi preconfezionati da far fare ma ha la competenza professionale per inserirsi in dinamiche di gioco scelte e portate avanti con motivazione dai bambini stessi e per rilanciare delle nuove proposte che li possono portare a livelli di sviluppo ulteriori;
è un regista degli spazi e dei materiali, cioè cura l’allestimento della palestra affinché siano i bambini/bambine a scoprire le condotte motorie a cui sono interessati in quel dato momento della loro storia personale e della loro maturazione.
Tale scelta metodologica implica che lo psicomotricista conosca bene le tappe di sviluppo psicomotorio dei bambini / bambine delle diverse fasce di età, sappia sintonizzarsi sulle frequenze dei loro vissuti emozionali e faccia affidamento più sulle sue capacità empatiche e inventive che su un bagaglio di esercizi predefiniti.
Il principale fattore strutturante l’identità consiste nel “ritorno” che il bambino può avere in risposta alle sue sperimentazioni psicomotorie; questo ritorno è dato dal tipo di sguardo che l’adulto “significativo” gli rivolge.
Grazie al rimando valorizzante dell’adulto, il bambino è aiutato a riconoscere e ad integrare il “dentro” della propria persona come buono / positivo e a trasformare le “abilità” (motorie, cognitive ed emotive) che possiede in “competenze”.
Ciò che si legge in volto ai bambini ed alle bambine in queste situazioni è proprio un’esplosione di gioia, di emozione di felicità, perché trovano nello psicomotricista riscontro e conferma delle loro conquiste.

PERCHE’ POPORRE PSICOMOTRICITA’ E ARRAMPICATA?
La formula “mista” di Psicomotricità ed arrampicata consente ai bambini ed alle bambine che formano i gruppi dei pomeriggi di lunedì, mercoledì e venerdì di sperimentare le due fondamentali forme di “adattamento” che stanno alla base delle teorie dello sviluppo in età evolutiva.
Nella prima parte degli incontri, cioè in psicomotricità, trovano uno spazio di gioco ed un adulto che sanno adeguarsi ai bambini e dare risposta alle loro rispettive istanze corporee, cognitive ed emotive, cioè un ambiente che possono adattare ai loro bisogni profondi, (al “sé” di cui si menzionava sopra) .
Nella seconda parte, in cui assieme agli istruttori di arrampicata i bambini affrontano le difficoltà delle pareti da scalare, viene loro richiesto di “adattarsi “ alle regole, alle tecniche specifiche di scalata ed alle buone pratiche per agire in totale sicurezza.
I bambini si trovano a:
controllare il loro corpo in condizione di staticità durante gli inevitabili tempi di attesa;
a gestire la fatica fisica;
ad accogliere le loro emozioni riferite sia ai successi che agli eventuali temporanei insuccessi;
ad entrare in contatto con la paura e a trovare stimoli e strategie per giungere se non superarla, quantomeno a controllarla.
Nei bambini l’istinto ad arrampicarsi è naturale ma non per tutti tale condotta motoria risulta facile e spontanea. L’arrampicata sportiva presuppone anche di sviluppare un senso di fiducia in se stessi (un misto di forza fisica, coraggio, prudenza, ambizione, autocontrollo, tenacia… ), ma anche di fiducia negli altri che gestiscono la corda in sicurezza.
In psicomotricità come in arrampicata, dunque, risulta di fondamentale importanza il tipo di relazione che si viene ad instaurare tra i bambini che compongono i gruppi, sia tra di loro sia con gli adulti che li conducono nelle rispettive esperienze.
Un tipo di relazione caratterizzato appunto dal riporre la fiducia nei vari “attori” coinvolti:
Fiducia in se stessi… (mi fido di me)
Fiducia nell’adulto… (mi fido di te)
Fiducia nei coetanei… (mi fido di voi)
Una relazione dai significati profondi, pur se vissuta in clima di gioco, durante un settimanale appuntamento ludico-sportivo in cui i bambini e le bambine non giocano per imparare… ma piuttosto imparano perché giocano, coinvolti totalmente, “anima e corpo” a sperimentare le potenzialità del loro “meraviglioso giocattolo”.

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